Desenfadado

Riflessioni utili e inutili

Edgar

su 6 febbraio 2012

J. Edgar, regia di Clint Easwood, USA 2011

La nemesi venuta male del capolavoro “la cage aux folles” povero Clint Eastwood, chissà perché mai è tanto infastidito dalla FBI.
Non ci si può certo aspettare un capolavoro da un attore reso celebre dalla battuta di Micael J. Fox in “Ritorno al futuro 3” più che dalle sue interpretazioni, ma questo é proprio un film noioso, nemmeno “francese” perché banale, lineare e piuttosto vuoto.
Il trucco per invecchiare gli attori posticcio e plasticoso, gli effetti speciali per i personaggi storici hanno l’effetto di un vecchio fotomontaggio con tanto di bordino nero, e alcune trovate di sceneggiatura sono fin troppo scontate, come il saluto papale che il protagonista riserva ad ogni nuovo presidente durante la parata di insediamento dall’alto del suo balcone.

Che J. Edgar fosse un potente senza scrupoli e con comportamenti ai limiti della legalità è fatto storico, meno nota era la sua omosessualità caratteristica che avrebbe dato sale alla storia, peccato che il nostro regista-produttore non sia riuscito ad andare oltre i più scontati stereotipi omofobi, facendone rassegna.

Padre assente e madre castrante = figlio gay, peccato che questa teoria sia in declino (ma forse nessuno ha informato Clint), tant’è che quando il protagonista fa il suo coming out con la madre mostro, lei dichiari “meglio un figlio morto che gerbera” terribile sia nella sceneggiatura che pure nella versione in italiano (nemmeno un velo di ironia).
Oppure quando appena nominato direttore licenzia un agente perché porta i baffi (affronto alla moda) dopo averlo richiamato per il suo abbigliamento, e si sa che un bravo gay potrebbe uccidere piuttosto che accettare una caduta di stile.
O ancora quando dopo che la madre muore si traveste con i suoi abiti e gioielli, momento teoricamente drammatico, ma reso freddo dal vago richiamo a “Psyco”.

Naturalmente il nostro non poteva essere solo un “malato” di omosessualità, ma anche un uomo dal forte complesso di inferiorità che si fa rialzare la seduta della sua scrivania per non sembrare troppo basso, o un vecchio vanesio che chiede a giovanissimi e bellissimi agenti di scrivere la sua storia, ovviamente dichiarata falsa dal suo compagno platonico, da lui messo come suo vice.
O ancora un uomo insicuro che non si fida di nessuno, e il cui unico svago è il peggior peccato dopo la sodomia (secondo il bacchettonismo Eastwoodiano?) ossia il gioco d’azzardo.

Le sue presunte responsabilità negli omicidi di stato o nei peggiori complotti del dopoguerra diventano piccolezze di un uomo piccolo, e il succo della storia si perde in una noiosa sequenza di immagini.

Ma perché?

Film da evitare specialmente se si soffre di mal di schiena, potrebbe diventare una tortura insopportabile.

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